Quasimodo Tempio di Zeus ad AgrigentoLiterary Agrigento

Salvatore Quasimodo

 

 

 

 

Tempio di Zeus ad Agrigento

La ragazza seduta sull'erba alza

dalla nuca i capelli ruvidi e ride

della corsa e del pettine smarrito.

Il colore non dice o se strappato

dalla mano rovente che lontana

saluta dietro un mandorlo o finito

sul mosaico del cervo greco in riva

al fiume o in un fosso di spine viola.

E ride la follia dei sensi, ride

continua alla sua pelle di canicola

meridiana dell'isola

e l'ape lucida zufola e saetta

veleni e vischi d'abbracci infantili.

 

In silenzio guardiamo questo segno

d'ironica menzogna: e per noi brucia

rovesciata la luna diurna e cade

al fuoco verticale. Che futuro

ci può leggere il pozzo

dorico, che memoria? Il secchio lento

risale dal fondo e porta erbe e volti

appena conosciuti.

Tu giri antica ruota di ribrezzo,

tu malinconia che prepari il giomo

attenta in ogni tempo, che rovina

fai d'angeliche immagini e miracoli,

che mare getti nella luce stretta

d'un occhio! Il telamone qui, a due passi

dall'Ade (mormorio afoso, immobile),

disteso nel giardino di Zeus e sgretola

la sua pietra con pazienza di verme

dell'aria: qui, giuntura su giuntura,

fra alberi eterni per un solo seme.

Salvatore Quasimodo